Newsletter numero 1 del 23 ottobre 2013

Cari amici,
con questa newsletter il mio impegno di informare gli elettori e i cittadini italiani residenti nella ripartizione del Nord e Centro America assume una forma più organica e sistematica.

Durante la breve ma intensa campagna elettorale ho promesso alle persone che ho avuto la fortuna di incontrare che non sarei scomparsa dopo una mia eventuale elezione nel Parlamento italiano, ma che avrei continuato con loro quell’iniziale dialogo per informarli e per essere aiutata a svolgere il mio difficile compito.

Finora ho cercato di mantenere quell’impegno inviando le notizie al maggior numero possibile di interlocutori. Ora spero di poter fare un passo in avanti con questo strumento di più facile lettura e di più regolare periodicità.
Non sarei del tutto contenta, però, se questo contatto con Voi si svolgesse in una sola direzione, se si limitasse cioè al pur doveroso invio di informazioni da parte mia.

Certo, il resoconto della mia attività parlamentare non può che toccare a me. Vi sarei però molto grata se voi voleste considerarlo un’occasione di discussione e uno stimolo per inviarmi segnalazioni e proposte che mi aiutino concretamente a richiamare l’attenzione del Governo e dei parlamentari sulla realtà degli italiani all’estero. Mi avete eletta per questo e dunque non fatemi mancare il vostro sostegno, affinché possa svolgere dignitosamente il mio compito.

Che ci sia ancora un gran bisogno di coinvolgere l’opinione pubblica e la classe dirigente italiana sulle tematiche delle nostre comunità è dimostrato da tanti segnali, purtroppo non tutti positivi, non ultimo la decisione di chiudere altri 13 consolati nel mondo. Ma c’è un altro aspetto che vorrei richiamare, toccando una corda che è stata sempre molto sensibile nella vicenda della nostra emigrazione.

L’Italia sta attraversando un momento di seria difficoltà, come l’Europa, del resto. In questo momento stringerci intorno al nostro Paese di cittadinanza e di origine può fare solo bene a tutti. Gli italiani all’estero possono aiutare da lontano, divenendo i terminali della proiezione internazionale del Paese, e possono far sentire ai cittadini residenti in Italia il calore di una presenza e la forza di un impegno di solidarietà. Gli emigrati l’hanno fatto in passato ogni volta che ce n’è stato bisogno, sono sicura che gli italiani nel mondo anche oggi non saranno da meno.

Francesca La Marca

Editoriale

Il monito di Lampedusa e le responsabilità della politica

E’ difficile trovare parole che non suonino inadatte e vuote rispetto all’immane tragedia che ancora una volta ha travolto, a ridosso delle coste italiane, i migranti diretti verso l’Europa. In questi giorni, sui social network, sono riaffiorate le immagini di un’altra tragedia simbolo, che agli inizi del Novecento ha coinvolto altri migranti, naufragati a poche centinaia di metri dalle coste spagnole, quella della nave Sirio diretta in Sud America con il suo carico di uomini e donne, mossi da una comune speranza di miglioramento.

Quella volta i migranti erano italiani e i morti che si contarono furono più di cinquecento. Le immagini ricomparse di quel lontano evento mostrano la fila dei corpi giacenti sulle banchine, avvolti in un sacco e con il solo volto scoperto, per facilitare un pietoso riconoscimento.

Da quella tragica vicenda è passato più di un secolo, sono cambiate troppe cose nello scenario internazionale e nella società italiana che forse sconsigliano facili collegamenti emotivi. Eppure, non posso fare a meno di dire che sul piano etico e della solidarietà umana l’unica differenza che trovo tra quei migranti che s’inabissarono nelle acque di Porto Palos e quelli scomparsi nel mercantile dolosamente incendiato nelle acque di Lampedusa è il colore della pelle: la cosa meno essenziale della vita di un uomo.

Per quello che vale, con grande convinzione aggiungo la mia voce a quella di coloro che chiedono che il Nobel per la pace sia assegnato al popolo di Lampedusa e alla sua amministrazione comunale. Non una pacca sulla spalla, ma un segnale al mondo affinché il valore della solidarietà umana sia messo al centro del rapporto, privato e pubblico, con i migranti, come più volte ha detto lo stesso Papa Francesco; e anche un richiamo all’Europa perché dimostri di saper affrontare in modo unitario ed efficace un’emergenza che per un solo Paese, quale l’Italia, rischia di essere incontenibile.

migranti a lampedusa

migranti a lampedusa

Ma intanto la politica e le istituzioni non possono più limitarsi alle dichiarazioni di cordoglio e devono dare risposte concrete ed urgenti ad un fenomeno ormai strutturale, destinato a durare nel tempo. Senza attendere impotenti altre tragedie e altri lutti. Dal 1988 almeno 19.144 giovani sono morti tentando di arrivare in Europa. Che si aspetta ancora?

La prima cosa da fare è superare il reato di clandestinità, che si è rivelato uno strumento poco efficace nel frenare i veri clandestini e un’arma tagliente per i più inermi e i più sfruttati dai mercanti di uomini. Non mi sorprende che Beppe Grillo si sia dichiarato per il mantenimento della Bossi-Fini, dettando ancora una volta la “linea” ai parlamentari che si erano già orientati in senso diverso.

Il mestiere dei populisti è sempre stato quello di parlare alle viscere della gente pur di ottenerne il consenso, tanto irrazionale quanto talvolta imbarazzante, se non vergognoso. Non si tratta, naturalmente, di liberalizzare gli accessi a chicchessia, ma di adottare misure ad un tempo più efficaci ed umane e, almeno, ad evitare che una legge dello Stato costringa giudici e forze dell’ordine a perseguire penalmente persone mentre stanno ancora piangendo i loro morti.

Si tratta, in sostanza, non solo di mutare l’approccio etico verso i migranti, ma anche di rendersi conto, come dicono gli studi più accreditati, che la presenza di stranieri in Italia e negli altri Paesi europei è diventata necessaria per le stesse società di accoglimento. E si tratta di una presenza destinata a crescere, com’è accaduto in realtà avanzate e civilissime, come la Svizzera, la Francia, la Germania e i Paesi scandinavi. Tra l’altro, i recenti rapporti sull’immigrazione in Italia testimoniano che gli immigrati sono stati quelli più colpiti dalla crisi e, nello stesso tempo, la forza più flessibile per rispondere alle esigenze economiche e sociali che la stessa crisi sta determinando.

Gli stessi immigrati più consapevoli sono convinti che, oltre a rispondere ad esigenze immediate e drammatiche, è tempo ormai di avviare processi lunghi di formazione rivolti alle nuove generazioni per fare in modo che l’integrazione e l’interculturalità diventino le stelle polari non solo delle azioni pubbliche ma anche delle relazioni interpersonali. Per rispondere a questa esigenza, in Parlamento ho firmato, assieme ai miei colleghi del Gruppo PD eletti all’estero, alcune proposte di legge che si muovono in questa direzione.

La prima riguarda l’assunzione di un progetto per l’insegnamento interdisciplinare dell’emigrazione italiana e dei movimenti migratori che interessano l’Italia nelle scuole di ogni ordine e grado, sulla base di un’autonoma scelta che i singoli istituti possono fare nel quadro della programmazione formativa da essi adottata.

La seconda è quella dell’istituzione di un museo nazionale delle migrazioni che partendo dall’attuale condizione dell’italianità nel mondo e dei flussi in arrivo nel Paese, ricostruisca il significato delle migrazioni a livello nazionale e globale nella storia contemporanea e realizzi un sistema a rete che metta insieme i musei locali, i centri di ricerca e i musei stranieri che contengono i segni più rilevanti della presenza degli italiani nel mondo.

La terza è quella dell’istituzione di un Consiglio nazionale per l’integrazione e il multiculturalismo che possa facilitare il dialogo e l’assunzione di comuni responsabilità tra le nostre istituzioni e i rappresentanti delle associazioni degli immigrati. Queste iniziative ci sembra anche uno dei modi, certo non l’unico, per innestare il patrimonio culturale ed etico della nostra emigrazione nei percorsi di cambiamento della società italiana, in modo che possa diventare un fermento attivo di coesione sociale e civile.

Le respondabilità della politica e la fiducia al Governo Letta

Anche se è passata qualche settimana dalla nuova fiducia al governo Letta credo sia necessario accennare a un passaggio politico e parlamentare che in queste settimane ha dominato il dibattito e l’informazione. Parlo dell’atto gravissimo fatto da Silvio Berlusconi di raccogliere le dimissioni dal Parlamento degli eletti del suo partito e del diktat che egli subito dopo ha inviato ai propri gruppi parlamentari e ai ministri del PDL per determinare la caduta del Governo Letta e interrompere la legislatura, per ritorsione dei suoi guai giudiziari.

Questo proposito, come sapete, è fallito, anzi si è trasformato, grazie all’autorevole indirizzo del Presidente Napolitano, alla fermezza e alla lucidità del Presidente Letta e al senso di responsabilità della maggioranza dei parlamentari, in particolare di quelli del centrodestra che hanno resistito alle pressioni del loro leader, in un rafforzamento del Governo e in un rilancio della sua azione.

Angelino Alfano, Enrico Letta, Emma Bonino, Dario Franceschini

da sinistra: Angelino Alfano, Enrico Letta, Emma Bonino, Dario Franceschini

Non ho mai avuto dubbi sulla necessità che in questo particolare momento il primo dovere sia di pensare all’Italia, ai suoi problemi acutissimi, alla necessità di camminare con maggiore celerità su una strada di ripresa. La fiducia che abbiamo confermato a Letta e al suo governo ha avuto, dunque, questo significato non episodico, ma sostanziale. Voglio dire, però, che personalmente non l’ho vissuta come un atto di pura difesa degli attuali equilibri parlamentari e del governo che ne è l’espressione. Da oggi, infatti, si apre una fase in cui le parole dovranno trasformarsi in fatti e la manovra politica dovrà lasciare il campo all’azione di governo.

In questo nuovo percorso le nostre posizioni di eletti all’estero del PD saranno chiaramente ancorate, oltre che alle scelte di ordine generale, allo spazio che agli italiani nel mondo sarà riconosciuto nelle politiche che saranno adottate. Il presidente Letta ha indicato alcuni fondamentali filoni della futura azione di governo: il lavoro, la ripresa economica, le riforme istituzionali. Ognuno di questi percorsi incrocia la presenza degli italiani nel mondo.

Solo per fare i richiami più evidenti, se si parla di lavoro non si potrà eludere il discorso sulle “nuove mobilità”, se si affrontano i temi della ripresa non si potrà prescindere dall’internazionalizzazione del Sistema Italia e dal ruolo che le nostre comunità possono avere in questa prospettiva, se si parla di riforme costituzionali non si potranno aggirare il principio della piena cittadinanza dei cittadini all’estero e i delicati aspetti della loro rappresentanza. Il primo banco di prova sarà la prossima legge di stabilità, che riassumerà tutte le scelte che si pensa di fare.

La nostra non è stata dunque una fiducia in bianco, ma un consapevole atto politico fatto per giungere al più presto al nocciolo delle questioni che riguardano gli italiani nel mondo. In piena autonomia, valuteremo scelta per scelta, atto per atto. E non faremo mancare la nostra esperienza e le nostre proposte di merito.

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La “diabolica” Convenzione Fiscale con il Canada va chiarita e modificata

15 ottobre 2013

Confusa, contraddittoria, male interpretata (dall’Italia ovviamente) e penalizzante per i nostri poveri pensionati è la nuova Convenzione contro le doppie imposizioni fiscali tra l’Italia ed il Canada firmata ad Ottawa il 3 giugno 2002 ed entrata in vigore con legge del 24 marzo 2011.

Una lettura diligente dell’art. 18, quello sulle pensioni, suscita un senso di sconcerto e di raccapriccio per il pasticcio che i negoziatori hanno combinato volutamente o forse involontariamente. Insomma, una convenzione che teoricamente è stata stipulata per evitare la doppia tassazione non solo invece la legittima (fatta salva la facoltà di avvalersi del molesto credito di imposta) ma diabolicamente ne complica la comprensione e l’applicazione.

Proviamo a spiegarci. Il primo comma dell’art. 18 prevede, come la stragrande maggioranza delle convenzioni contro le doppie imposizioni fiscali stipulate dall’Italia e come prescritto dalla Convenzione modello dell’OCSE (il Modello è utilizzato dalla maggior parte dei Paesi facenti parte dell’OCSE come base per la negoziazione di accordi internazionali sulla doppia imposizione), che “Le pensioni provenienti da uno Stato contraente e pagate a un residente dell’altro stato contraente sono imponibili in detto altro Stato”.

Bene, per esempio le pensioni dell’Inps pagate a pensionati residenti in Canada sono imponibili, se del caso, in Canada. Ma purtroppo non è così; o meglio, non è solo così. Chissà quale perversa folgorazione ha colpito i negoziatori dei due Stati contraenti! Infatti al comma 2 dello stesso articolo viene introdotto un “tuttavia”.

“Tuttavia, tali pensioni possono essere tassate anche nello Stato contraente dal quale provengono, ed in conformità alla legislazione di detto Stato, ma nel caso dei pagamenti periodici delle pensioni, l’imposta così applicata non può eccedere la meno elevate delle due aliquote seguenti: a) 15 per cento dell’ammontare lordo di tali pagamenti periodici versati al percipiente nell’anno solare di riferimento che eccede dodicimila dollari o l’equivalente in lire italiane, e b) l’aliquota calcolata in funzione dell’imposta che il beneficiario del pagamento avrebbe dovuto altrimenti corrispondere per lo stesso anno in relazione al totale complessivo dei pagamenti periodici di pensione da esso ricevuti nel corso di tale anno ove fosse residente dello Stato contraente da cui il pagamento proviene”.

convenzione fiscale italia canada

inps

Chiaro!!?? In parole povere, e reverenziali rispetto al linguaggio usato dai negoziatori, il secondo comma dell’art. 18 introduce la facoltà dello Stato di erogazione di tassare anch’esso la pensione e ne indica, in maniera molto contorta, le modalità e le aliquote.

Quindi doppia tassazione contro ogni logica e normale prassi regolamentare di questo tipo di accordi. In effetti un miglioramento rispetto al precedente accordo c’è stato: e cioè mentre il vecchio accordo prevedeva la doppia tassazione sull’intero importo della pensione, il nuovo attualmente in vigore prevede la doppia tassazione solo per la parte eccedente i dodicimila dollari canadesi.

Purtroppo abbiamo potuto verificare che alcuni sedi dell’Inps (non sappiamo quante e nemmeno se siano state emanate circolari esplicative da parte dell’Istituto o dell’Agenzia delle Entrate nel merito della nuova convenzione) tassano l’intero importo della pensione contravvenendo così alla previsione normativa bilaterale.

Se a questo punto qualcuno pensasse che in fondo la complessità della convenzione appena denunciata non sia così grave (ancorché ingiusta), si ricreda: ci pensa il comma 3 ad assestare il colpo di grazia che alla lettera b) dispone che “le prestazioni di sicurezza sociale in uno Stato contraente pagate in un anno solare a una persona fisica residente dell’altro Stato sono imponibili soltanto nello Stato da dove provengono e in conformità alla legislazione di detto Stato, ma l’imposta così applicata non deve eccedere l’ammontare che il percipiente avrebbe dovuto versare in detto anno se fosse stato un residente del primo Stato”. Capito!!??

Ricapitoliamo: la pensione dell’Inps pagata in Canada deve essere tassata in Canada; anzi no, può essere tassata anche in Italia; inoltre la parte della pensione definita “sicurezza sociale” deve essere tassata solo in Italia. Ma quale è la parte della pensione definita “sicurezza sociale”? Ce lo spiega il protocollo aggiuntivo d’intesa alla convenzione che stabilisce che per sicurezza sociale si intendono “i pagamenti ricevuti da fondi per i quali non sono stati versati i contributi da parte del percipiente e, in particolare, a quella parte di pensione o sussidio pagata ai termini delle leggi italiane sulla sicurezza sociale e certificata dalla autorità competente italiana quale ammontare necessario per il trattamento al minimo della categoria di pensioni pagabili a una persona ai termini delle suddette leggi”.

Traduzione: l’importo relativo al trattamento minimo italiano deve essere tassato dall’Italia. Ma è mai possibile concepire e poi attuare un accordo così ingarbugliato? Ma siamo certi che il fisco e gli enti previdenziali italiano e canadese lo abbiano interpretato omogeneamente e lo stiano applicando in maniera conforme alle sue disposizioni? Il dubbio è legittimo perché ci sono giunte numerose segnalazioni da parte di pensionati residenti in Canada che si lamentano dell’applicazione errata della convenzione da parte dell’Inps (abbiamo potuto verificare infatti che alcune sedi dell’Istituto tassano la pensione pagata in Canada sull’intero importo e non solo sulla parte eccedente i dodicimila dollari canadesi).

C’è bisogno quindi di chiarimenti, di interpretazioni autentiche che non danneggino i diritti dei nostri connazionali, di uniformità interpretativa e applicativa da parte delle istituzioni competenti dei due Paesi. Proprio per questo ho presentato nei giorni scorsi una interrogazione al Ministero dell’Economia e delle Finanze e al Ministero del Lavoro, e a breve presenterò un interpello alla Agenzia delle Entrate, che è l’organismo pubblico preposto all’adempimento degli obblighi fiscali. Speriamo che mi rispondano al più presto per chiarire definitivamente questa incresciosa situazione, per decidere eventuali revisioni della convenzione e soprattutto per evitare ulteriori disagi ai pensionati italiani residenti in Canada.

La riunione della Commissione Anglofona del CGIE, utile occasione di approfondimento tematico e di dialogo (Ottawa 27-29 settembre)

30 settembre 2013
“Sono stata particolarmente lieta di partecipare, grazie all’invito del Vice Segretario generale del CGIE Dott. Silvana Mangione, alla riunione di un organismo tanto significativo quale la Commissione dei Paesi anglofoni del CGIE proprio in Canada, la mia terra di nascita e di residenza. La riunione è stata per me un prezioso momento di approfondimento dei problemi delle comunità nordamericane e delle altre aree anglofone e, nello stesso tempo, un’occasione di dialogo con i componenti dell’organismo, tutti dotati di notevole esperienza e conoscenza delle questioni.

commissione cgie

commissione cgie

Nel corso dei lavori, ho avuto modo di interloquire con i consiglieri del CGIE in particolare sulla situazione de Il Corriere canadese, oggetto di un mio incontro con il Sottosegretario all’editoria on. Giovanni Legnini, e sull’assistenza sanitaria ai figli di italiani nati all’estero, ingiustamente esclusi dalle prestazioni in occasione di presenze brevi in Italia, su cui ho presentato un’interrogazione che ha prodotto l’impegno del Governo a riesaminare la questione.

Nel corso dell’interessante seminario che si è svolto l’ultimo giorno su un tema cruciale quale l’internazionalizzazione sono intervenuta auspicando una maggiore attenzione, nell’ambito del pur positivo progetto “Destinazione Italia” che il Presidente Letta ha presentato nella sua recente visita in Nord America, al ruolo che le comunità d’origine e gli organismi di rappresentanza, come COMITES e CGIE, possono avere nella promozione del Sistema Italia nel mondo.

E’ giusto puntare sui “nuovi ambasciatori” (studenti, ricercatori, professionisti, insegnanti, ecc.) dell’italianità, ma sarebbe sbagliato trascurare le straordinarie potenzialità del nostro retroterra emigratorio, che concorre alla formazione della classe dirigente di molti Paesi e continua ad esprimere presenze di rilievo nell’economia, nella cultura e nella vita politica e istituzionale”.

La visita di Letta in Canada rafforza i rapporti tra i due paesi e con la comunità italo-canadese

25 settembre 2013
“La presenza in Canada del Primo Ministro Letta è stata certamente un evento positivo per l’ulteriore rafforzamento dei rapporti tra i due Paesi e un momento memorabile per la nostra comunità, presente in modo massiccio all’incontro che si è tenuto presso il Paramount Conference Center di Vaughan, in Ontario.

I rapporti tra Italia e Canada, già molto solidi per il contributo dato dai canadesi al riacquisto delle libertà democratiche in Italia e per la cospicua immigrazione di centinaia di migliaia di italiani nei primi decenni del dopoguerra, hanno conosciuto un’occasione di ulteriore saldatura e di confronto sui problemi economici e politici di questo momento.

Il Presidente Letta ha mandato un messaggio rassicurante sulla strada di ripresa imboccata dall’Italia, sia pure a piccoli passi, e ha avuto modo di presentare al Primo Ministro Harper il programma “Destinazione Italia”, volto ad attirare investimenti stranieri nel nostro Paese. I mesi futuri consentiranno di valutare gli esiti di un’iniziativa tanto importante per la nostra economia.

L’incontro con la comunità italo-canadese si è rivelato molto intenso e appagante per i presenti. Letta, infatti, le parole più penetranti e coraggiose le ha avute per la nostra comunità, quando ha ricordato il sostegno dato al Paese d’origine dai nostri emigrati in Canada in tutti i momenti difficili della nostra storia nazionale, passati e recenti, e nello stesso tempo il contributo dato allo sviluppo della società canadese.

Francesca la marca con il premier canedese Stephen Harper e il presidente Enrico Letta

Francesca La Marca con il premier canedese Stephen Harper e il presidente Enrico Letta

Si è trattato di un esempio significativo e alto di quello che gli italiani hanno fatto e possono ancora fare nel mondo, dando un’immagine dell’Italia ben diversa da quella che talvolta traspare dalla politica e dalla classe dirigente italiane. E questo atto di onestà è stato molto apprezzato dai presenti, sicché è lecito sperare che l’appello del Presidente per un concorso di investimenti degli imprenditori italo-canadesi possa trovare attenzione e disponibilità.

Non posso tacere che in un quadro così positivo e promettente, il ruolo collaterale nell’organizzazione e nella gestione dell’evento lasciato ai nostri rappresentanti di COMITES e CGIE abbia provocato qualche delusione perché è sembrato un segnale in controtendenza con le finalità e il rilancio dello spirito di collaborazione che la delegazione italiana si proponeva.

Non mancheranno occasioni, spero, perché il nostro Governo e la nostra diplomazia sappiano superare questo strascico. Nel complesso, comunque, dopo averlo fatto personalmente a Toronto, voglio ribadire il mio ringraziamento al Presidente Letta per questa sua presenza in Canada, dalla quale ci auguriamo tutti possano venire le cose positive di cui l’Italia ha oggi bisogno”.

Messi in discussione i diritti degli italiani all’estero nella Relazione per le riforme costituzionali

18 settembre 2013
Con lodevole puntualità, la Commissione per le riforme costituzionali ha presentato al presidente del Consiglio On. Letta la relazione che costituirà la base della discussione nelle previste sedi parlamentari.

Ad una prima lettura della bozza anticipata da alcuni organi di stampa, sembrano intravedersi le linee di una riforma lungamente attesa e da molti invocata, soprattutto per quanto riguarda il superamento del bicameralismo, la riduzione del numero dei parlamentari, una maggiore produttività e celerità del lavoro normativo.

Sull’impianto generale non possiamo che concordare, nella convinzione che ci sia un grande bisogno di riforme per rispondere più efficacemente alla crisi del nostro sistema politico-istituzionale e per recuperare credibilità tra i cittadini.
La Commissione, tuttavia, solo su due punti ha raggiunto un’unanimità di vedute: il superamento del bicameralismo e la cancellazione della circoscrizione Estero.

Sulla circoscrizione Estero la Commissione ha semplicemente ribadito le posizioni negative già avanzate dai famosi “saggi” di nomina presidenziale. Non da eletti all’estero ma da parlamentari “senza vincoli di mandato” e da cittadini, ci sentiamo di affermare che questo è il punto più povero di riflessione e più contraddittorio tra quelli che il documento propone.

Si fa discendere, infatti, l’abolizione della circoscrizione Estero da una valutazione negativa sul funzionamento del voto degli italiani all’estero, dimenticando che la circoscrizione Estero è stata inserita in Costituzione per dare “effettività” al diritto di voto dei cittadini all’estero e un’autonoma rappresentanza agli stessi, mentre il sistema di voto è una soluzione dettata da una legge ordinaria che si poteva e si può modificare con facilità, rendendola più severa ed efficace.

Si confonde, insomma, un diritto primario di cittadinanza con una modalità organizzativa di voto e, alla fine, con l’acqua sporca, si butta anche il bambino. Il contentino che con una superficiale battuta si cerca di dare – quello di un’eventuale presenza di una rappresentanza nel Senato delle Regioni – è legata ad una non scontata elezione diretta del nuovo Senato e comporta una sostanziale diminutio di un diritto sostanziale.

Il nostro dissenso da queste soluzioni è totale. Una volta per tutte, è necessario riconoscere che i cittadini italiani all’estero sono cittadini di pieno diritto. Per questo è necessario che il loro voto sia effettivo e non finto, come è stato per mezzo secolo; è necessario che la loro presenza nel Senato dei territori, in dialogo con le Regioni e con gli enti locali, attivi da tempo nelle comunità, sia certa e non eventuale; è necessario che la loro presenza nella Camera che vota la fiducia al Governo e adotta gli atti fondamentali, sia assicurata per non mutilare il loro diritto di cittadinanza della sua più importante prerogativa.

Se si pensa che l’attuale strumento elettorale non abbia funzionato bene, lo si riformi e lo si renda più adeguato alle indicazioni costituzionali.
E’ il momento che su queste cose non si giochi più a rimpiattino, ma che ogni soggetto politico e istituzionale – forze politiche, Governo, Regioni – venga allo scoperto e si assuma con chiarezza le sue responsabilità.

Riparte dunque da oggi la lunga mobilitazione che ha visto gli italiani all’estero impegnati nella difesa dei loro fondamentali diritti: non si può tornare indietro e non si può un solco odioso tra cittadini di serie A e cittadini di serie B.
Oltre tutto, nel momento in cui il nostro Paese ha più bisogno di tornare attivamente nel mondo, l’ultima cosa da fare è quella di allentare i legami con i milioni di connazionali che nel mondo ci vivono e ci lavorano.

I deputati del PD eletti all’estero: Gianni Farina, Marco Fedi, Laura Garavini, Francesca La Marca, Fabio Porta

Il decreto del Governo sull’istruzione va nella giusta direzione, ma non considera la promozione della lingua e cultura italiana all’estero

11 settembre 2012
Il Governo Letta, varando il decreto legge contenente alcune misure urgenti in materia di istruzione, università e ricerca, ha segnato certamente un punto all’attivo del suo operato. Si tratta di una chiara e concreta traduzione della sua connotazione di “Governo del fare”, come Letta ama definirlo, e, nello stesso tempo, di un esempio lampante di quanto sciagurata possa essere una sua eventuale caduta, come si sente ripetere in questi giorni, per ragioni che non hanno nulla a che vedere con gli interessi del Paese.

Il provvedimento, che deve essere convertito in legge dalle Camere, stanzia fondi aggiuntivi per il diritto allo studio, per sollevare le famiglie dal peso dei libri di testo, per la lotta alla dispersione scolastica, per l’orientamento degli studenti, per il potenziamento dell’offerta formativa, per la tutela della salute a scuola, per i docenti di sostegno, per l’edilizia scolastica, per la formazione dei docenti, per la qualità della ricerca scientifica e altro ancora.

La cosa ancor più significativa è che si dà un segnale di discontinuità rispetto ad una politica di gestione della crisi economica fatta prevalentemente di tagli e contenimento della spesa, mettendo in campo incentivi e impulsi alla ripresa e all’occupazione, a partire dalla formazione, dalla qualificazione professionale e dalla ricerca.

Ci sembra doveroso sottolineare la positività di una tale impostazione, ma nello stesso tempo non ci sentiamo di tacere una lacuna che a noi appare di rilievo, una lacuna che ancora una volta riguarda gli italiani all’estero e la proiezione dell’Italia nella sfera globale.

Anche se il decreto è finalizzato a invertire la rotta delle politiche seguite negli ultimi anni verso il sistema scolastico italiano, sarebbe stato opportuno aggiungere alle scelte adottate una più attenta considerazione sul ruolo che la promozione della lingua e della cultura italiane nel mondo può avere ai fini della ripresa e del rafforzamento della presenza dell’Italia in ambito internazionale.

Si tratta di una richiesta che faremo nel corso dell’iter parlamentare di conversione in legge del decreto e che già rinnoviamo con forza in questa fase di preparazione della prossima legge di stabilità, che a nostro parere non potrà trattare in modo ordinario e scontato quella che è una scelta strategica per migliorare la presenza dell’Italia nel mondo.

I deputati del PD eletti all’estero: Gianni Farina, Marco Fedi, Laura Garavini, Francesca La Marca, Fabio Porta

Il Governo si è impegnato a verificare la possibiltà di garantire le cure urgenti anche agli italiani nati all’estero e a migliorare la normativa

1 agosto 2013
Il Ministro della Sanità ha risposto alla mia interrogazione in Commissione Affari Sociali e Sanità con la quale chiedevo, dopo aver ricevuto numerose sollecitazioni da parte di nostri connazionali, di estendere le cure urgenti ospedaliere gratuite in caso di necessità durante un soggiorno temporaneo in Italia anche ai cittadini italiani nati all’estero.

Per cure urgenti si intendono, nella legge, le cure di pronto soccorso che non possono essere differite senza pericolo per la vita o danno per la salute della persona. Ad esempio quelle che vengono erogate in caso di incidente stradale o di infarto.

Attualmente tali cure sono garantite gratuitamente solo ai cittadini italiani residenti all’estero nati in Italia che siano o titolari di pensione italiana o possano far valere lo status di emigrato certificato dal competente ufficio consolare italiano. Le cure ospedaliere urgenti gratuite, insieme alle cure essenziali, sono inoltre garantite agli stranieri irregolari in Italia, cioè privi di permesso di soggiorno, i quali hanno diritto, in base alla legge Turco “alle cure ambulatoriali ed ospedaliere urgenti ed essenziali, ancorché continuative, per malattia o infortunio”.

Si tratta di cure garantite gratuitamente, lo ripeto, agli stranieri irregolari in Italia ma non ai cittadini italiani nati all’estero. Io credo che sia un grande atto di civiltà garantire tali cure a cittadini stranieri che ne hanno bisogno, ma allo stesso tempo sono fermamente convinta che tali cure debbano essere garantite, durante un soggiorno temporaneo in Italia, anche ai cittadini italiani nati all’estero i quali vivono in Paesi con i quali l’Italia non ha stipulato accordi sull’assistenza sanitaria e siano sprovvisti di una copertura assicurativa pubblica o privata.

La mia interrogazione voleva sensibilizzare il Governo a questa problematica e sollecitare una riflessione sull’opportunità di garantire le cure urgenti anche agli italiani nati all’estero (non certamente per merito o colpa loro). Il Ministro ha risposto, tramite il Sottosegretario Paolo Fadda, con una formale rassicurazione informando la sottoscritta interrogante e tutta la Commissione Affari Sociali e Sanità che in merito all’estensione soggettiva dell’assistenza sanitaria rispetto al vigente quadro normativo, il Ministero della Salute, insieme alle altre Istituzioni coinvolte, ha già avviato approfondite riflessioni per attuare una rivisitazione della ormai datata normativa sull’assistenza sanitaria agli italiani residenti all’estero, con l’auspicio che dette iniziative possano risolvere le problematiche da me poste all’attenzione del Governo. Il sottosegretario ha anche auspicato che in questa materia ci sia un maggiore coinvolgimento delle Regioni così come in effetti già stabilito dalle legge di stabilità del 2012.

Un percorso certo complesso che comunque prende l’avvio da una dichiarazione di disponibilità incoraggiante. Spetterà a tutti noi, in particolare agli eletti all’estero sollecitare affinché le “approfondite riflessioni già avviate” annunciate dal sottosegretario si trasformino in tempi relativamente brevi in concreti provvedimenti a tutela della salute degli italiani residenti all’estero, compresi quelli non nati in Italia, ai quali, per il solo fatto di essere nati all’estero, non possono essere negati i diritti fondamentali di cittadinanza.